LA TERAPIA DI COPPIA: QUANDO E’ CONTROINDICATA SECONDO LA LETTERATURA SCIENTIFICA


DISCLAIMER — Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo esclusivamente divulgativo e non costituiscono consulenza medica, psicologica o psicoterapeutica. Non sostituiscono in alcun modo la valutazione professionale di uno specialista. Se stai affrontando difficoltà personali o di coppia, ti invito a rivolgerti a un professionista qualificato.

Quando la terapia di coppia non si fa: le controindicazioni

Molte persone pensano alla terapia di coppia come a una sorta di “ultima spiaggia”: un tentativo da fare comunque, quando tutto il resto sembra fallire. È un’idea comprensibile, ma non sempre corretta. Come ogni intervento clinico, anche la terapia di coppia ha le sue controindicazioni — situazioni in cui non solo rischia di non servire, ma può addirittura fare del male.

Conoscerle è utile, prima di iniziare.

La controindicazione principale: la violenza domestica

Esiste una situazione in cui la terapia di coppia congiunta — cioè con entrambi i partner nella stessa stanza, davanti allo stesso terapeuta — è sconsigliata in modo chiaro e uniforme dalla letteratura scientifica: quando nella relazione è presente violenza domestica con controllo coercitivo.

Con questa espressione si intende qualcosa di preciso: non una singola lite degenerata, ma un pattern sistematico di maltrattamento in cui un partner esercita un controllo pervasivo sull’altro attraverso paura, minacce, isolamento, o violenza fisica. Quando questo pattern è presente, la seduta congiunta può esporre la vittima a ritorsioni — perché ciò che viene detto in terapia può diventare motivo di punizione a casa. Inoltre, il contesto della terapia non è attrezzato per gestire queste dinamiche di potere: rischia di legittimarle, o peggio, di normalizzarle.

La letteratura distingue questa situazione dalla cosiddetta violenza situazionale di bassa intensità — conflitti che occasionalmente degenerano in aggressione fisica, in assenza di un pattern di controllo sistematico. In questi casi, secondo alcuni studi, un percorso congiunto può essere valutato dopo un’attenta analisi della sicurezza. Ma la valutazione deve essere fatta dal professionista, non dalla coppia stessa.

Quando uno dei due non vuole davvero

Un secondo scenario in cui la terapia di coppia fatica strutturalmente è quello in cui uno dei partner partecipa solo per compiacere l’altro, o ha già preso — anche solo dentro di sé — la decisione di chiudere la relazione.

La terapia di coppia richiede una motivazione genuina di entrambi. Non simmetrica, non uguale — ma reale. Quando manca del tutto da un lato, il percorso diventa uno spazio per negoziare l’inevitabile, non per lavorarci. A volte questo può essere utile; più spesso prolunga una sofferenza che potrebbe essere affrontata altrimenti.

“I problemi li hai tu, non io”

C’è una situazione sottile ma molto comune, che in apparenza assomiglia alla scarsa motivazione ma in realtà è qualcosa di diverso: il partner che accetta di venire in terapia di coppia, ma è sinceramente convinto che il problema sia esclusivamente dell’altro.

Non si tratta di buona o cattiva volontà. Spesso questa persona partecipa attivamente alle sedute, porta esempi, descrive comportamenti — ma tutto ciò che porta riguarda l’altro. Quando il terapeuta cerca di esplorare il suo contributo alla dinamica relazionale, la risposta è sorpresa, o difesa, o cambiamento di argomento. Il messaggio implicito è: sono qui perché voglio che tu aggiusti lui/lei.

In questo contesto, la terapia di coppia non ha molto spazio per lavorare. Il cambiamento relazionale richiede che entrambi i partner siano disposti a interrogarsi su sé stessi — non necessariamente in eguale misura, ma almeno in minima parte. Quando uno dei due è strutturalmente indisponibile a farlo, il terapeuta finisce per lavorare in una stanza in cui metà degli occupanti non è tecnicamente un “paziente”.

Anche in questi casi, un percorso individuale — almeno preliminare — è spesso più onesto e più utile.

Problemi individuali gravi non ancora trattati

La terapia di coppia lavora sulla relazione. Ma la relazione non esiste nel vuoto: è fatta di due persone, ognuna con la propria storia, la propria psicologia, i propri disturbi.

Quando uno dei partner presenta una psicopatologia grave non ancora in trattamento — una depressione maggiore severa, un disturbo della personalità in fase acuta, una dipendenza attiva da sostanze — il lavoro sul “noi” rischia di essere prematuro. Non impossibile, ma prematuro. Prima di lavorare sulla coppia, occorre stabilizzare l’individuo.

Questo non significa che la psicopatologia escluda sempre la terapia di coppia: la ricerca mostra che, in alcuni casi, i partner con maggiore vulnerabilità individuale traggono vantaggio proprio dal contesto relazionale della terapia. Ma la valutazione di questo equilibrio spetta allo specialista, non alla coppia che si presenta in studio.

Quando a rimetterci … è il terapeuta

Non sono poche le coppie che, abilissime, “triangolano” il terapeuta per restare nel proprio equilibrio malato e conflittuale, che però serve – inconsciamente – ad entrambi per poter esprimere le proprie nevroticità addossandole come colpa all’altro…

In questi casi le coppie litigano fortemente in seduta, i due partner passano il tempo ad essere rabbiosamente in disaccordo e a criticare il terapeuta, disconoscono la validità dei suoi pareri e delle sue indicazioni, recependole senza dar alcuna importanza o, anche, contestandole.
In breve arrivano a sostenere che la terapia è inutile, in genere addossandosi le colpe o, anche, a criticare il terapeuta per non esser stato capace di gestirli. Vanno visti entrambi come un unicum, un “sistema” solo, che ha la forma di una poderosa tenaglia e mette in moto le proprie conflittualità con moti apparentemente opposti ma che si muovono lungo la stessa linea e seguendo le medesime regole, e con questo stritolando il povero terapeuta.
Il cui torto è di non aver rinunciato da subito a dire a quei pazienti di scegliersi un terapeuta ciascuno…

Quando i dati dicono che non funziona (spesso)

Un dato che vale la pena conoscere, senza allarmismi ma con onestà: gli studi indicano che fino al 40-50% delle coppie non migliora con la terapia di coppia. E circa la metà di quelle che migliorano mostrano un deterioramento dopo la fine del percorso.

Questo non significa che la terapia di coppia non serva — significa che non è una soluzione universale, e che i risultati nella pratica clinica reale sono significativamente inferiori a quelli ottenuti nei contesti di ricerca controllata. I fattori che predicono un esito sfavorevole includono livelli molto elevati di conflittualità già all’inizio del percorso, scarsa capacità di problem-solving, bassa risposta emotiva reciproca, e un impegno insufficiente verso la relazione.

Conoscere questi fattori aiuta a fare una scelta più consapevole.

Un’ultima cosa

Sapere che la terapia di coppia ha controindicazioni non significa rinunciare a cercare aiuto. Significa cercare l’aiuto giusto, nella forma giusta, al momento giusto. A volte quello che serve è un percorso individuale, almeno in una prima fase. A volte è una separazione supportata terapeuticamente. A volte è davvero la terapia di coppia — ma con la persona adatta e nella condizione adatta.

Se hai dubbi sulla situazione tua o della tua coppia, la cosa più utile che puoi fare è parlarne con uno specialista. Non per sentirsi dire cosa fare, ma per capire cosa sta davvero succedendo.

DISCLAIMER — Questo articolo ha scopo esclusivamente informativo e divulgativo. Non costituisce diagnosi, prescrizione o indicazione clinica di alcun tipo. Ogni situazione di coppia è unica e può essere valutata correttamente solo all’interno di un rapporto professionale diretto con uno specialista qualificato.

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